Cosa succede nella prima seduta da uno psicologo

Questo è il racconto, personale e basato su fatti reali, di cosa succede durante la prima seduta di uno psicologo. E di come ci sia arrivato.

16 Maggio 2018

Chat psicologo

Il 16 maggio del 2018 scrivevo a mio fratello per informarlo di essere uscito dal primo incontro con uno psicologo. Da quel momento seguirono circa un anno/un anno e mezzo di sedute. Sedendomi davanti a quella persona spiegai subito le motivazioni che mi spinsero ad andarci; se dovessi tornare ora nessuna di quelle motivazioni sarebbe più presente nella mia vita. Missione compiuta insomma, ma facciamo un salto indietro.

Anni 2014/2015

Probabilmente sono uno delle poche persone che ricorda con felicità il periodo della pre-adolescenza e dell’adolescenza. Tranquillo, con buoni amici a livello scolastico, senza problemi sistematici e ricorrenti.

Nel 2014 compio 18 anni. La “festa” di compleanno è una cena tra parenti. Per carità nulla contro i miei parenti, sto molto bene con loro, ma se per il tuo diciottesimo non organizzi qualcosa con gli amici (anche se vorresti) forse qualche problema sociale c’è.

Ricordo uno scambio con mia madre abbastanza descrittivo della situazione. Lei mi chiese perché non uscissi mai, anche solo per andare al cinema. Vedendo la mia risposta tardare aggiunse: “comunque se non sai con chi andare vengo io con te“.

Frase sicuramente bellissima da parte sua che si preoccupava del mio non avere amici, ma abbastanza difficile da accettare per il Me di quel periodo.

Ma come, a 18/19/20/21 anni non ho neanche una persona che voglia venire al cinema con me? Devo andarci con mia madre come unica opzione?

Anni 2016/2017

Sono dell’idea che prima di decidere di andare da uno psicologo una persona debba arrivare al culmine del suo malessere, o almeno per me è stato così. I due anni precedenti alla prima seduta sono stati psicologicamente difficili.

Parlare della propria tristezza non è mai facile perché tutti hanno una vita più o meno difficile e sicuramente qualcuno in quel periodo se la passava molto peggio di me.

Ricordo però pomeriggi interi in camera da solo, al buio, semplicemente a fissare il soffitto. Giornate e mesi a fare nulla, nulla totale. In quel periodo non studiavo e non lavoravo. Avevo 2 amici ma che al contrario mio conducevano una vita abbastanza piena e quindi riuscivo a vederli non con costanza.

La sensazione è come una borsa di mattoni perennemente sul petto. Il misto tra ansia e depressione (diagnosticate) ti pesa più di quanto pesi il bilanciere alzato dalla persona più forte del mondo.

L’ansia ti condiziona in qualsiasi cosa. L’ansia vera che ti fa annullare appuntamenti con le ragazze, evitare di conoscere nuove persone e fuggire dal confronto con i tuoi genitori. L’ansia che c’è anche quando non devi fare nulla di particolare, anzi forse ancora di più proprio perché non stai facendo nulla.

La depressione si autoalimenta dai tuoi fallimenti. Il non fare niente ti porta ansia e tristezze, le tristezze e l’ansia ti portano a non riuscire a fare nulla.

In una situazione del genere inizia a farsi avanti nella mia testa l’idea di farmi aiutare da qualcuno.

Anno 2018

Una parte positiva del mio carattere è quella di non perdere mai la consapevolezza che sostanzialmente tutto si può risolvere. Se sono in una situazione brutta ma da cui so che comunque posso uscire tendo ad auto calmarmi, semplicemente pensando al fatto che la soluzione esista veramente e che quindi alla fine basti solo attuarla.

Questo mi ha portato a riporre molta fiducia nel dare inizio ad un percorso terapeutico. Ricordo benissimo di aver pensato: “se neanche lo psicologo funziona allora sono veramente fottuto“.

Il grande problema che ho avuto nel convincermi a chiamarlo per prendere il primo appuntamento è che la depressione è formata da alti e bassi. Durante gli alti (cioè quando stavo benino) mi dicevo che forse non era il caso di chiedere aiuto e che comunque avrei potuto farcela da solo. Nel resto del tempo, beh, mentre sei in una camera al buio seduto ai piedi del letto a fissare il muro non hai proprio la spinta vitale per chiamare uno psicologo.

Consiglio: se pensate che vi serva prendete l’appuntamento nel primo vostro momento utile. Non aspettate, non pensate “vabbè dai magari esagero”.

16 maggio 2018

Ore 08:00sveglia. L’appuntamento è alle 11:00 e razionalmente ci metto circa 25 minuti di tram per arrivare ma sono una persona perennemente in anticipo.

Ore 09:30esco di casa e mi dirigo alla fermata del 4. Devo prenderlo a Torino sud ed arrivare in centro. Non è proprio il tram meglio frequentato della città ma va bene, meglio così che affrontare l’odissea del cercare parcheggio in macchina.

Ore 10:00ovviamente arrivo con un’ora di anticipo ma tanto ci sono abituato. Passeggio un po’ con la musica nelle cuffiette. Osservo le altre persone, è sempre interessante.

Ore 10:45mi decido che è il momento di suonare nello stabile dove il mio psicologo riceve. Non risponde nessuno, la porta si apre in automatico. Mi accomodo in “sala d’attesa”.

Ore 11:10finalmente tocca a me. Dieci minuti di ritardo, odio queste cose.

Lo psicologo mi dice “Buongiorno Alessandro”, mi da la mano (i bei tempi pre-covid) e mi fa sedere. Siamo a circa 2 metri di distanza, di fronte, lui su una poltrona io su una normale sedia.

Non dice niente, mi guarda. Capirò più avanti che è il suo metodo per farti dire più cose possibili. Quando parli con uno psicologo la prima parte della seduta è sempre inutile, sono banalità. Poi però inizi a scavare sempre più in fondo, a dire anche le cose che forse non vorresti dire. La terapia psicologica è introspezione. È come parlare un’ora da solo davanti allo specchio, anche se di solito quando parli da solo certe cose non le affronti. Le sai, perché riguardano te, ma tendi ed auto escludere certi pensieri.

Lo dico subito per tutti: andare dallo psicologo funziona se tu vuoi farlo funzionare. La persona che hai davanti a te è solo un pretesto per affrontare lati della tua vita/personalità/carattere che da solo non affronteresti. Non stai andando da un medico che ti scrive una ricetta su un foglio, ti dice seguila e tu speri che possa funzionare. Tu devi farla funzionare.

La prima seduta finisce dopo circa un’oretta.

Sono qua perché non ho amici, non ho mai fatto niente con una ragazza, non so cosa fare nella vita, non riesco a fare qualcosa nella vita“.

Queste le mie prime parole dette.

Dopo circa un anno e mezzo ho valutato di poter smettere. In mezzo ci sono stati un po’ di pianti, un suo invito a farmi aiutare anche da uno psichiatra con conseguenti antidepressivi, un mio gentile rifiuto alla seduta successiva a cui lui ha risposto con una risata. Come a dire: “lo sapevo che avresti rifiutato, volevo tirarti fuori un po’ di “orgoglio” e farti pensare di potercela fare da solo“.

Non sono contento in realtà di aver smesso. Potenzialmente puoi andarci per sempre da uno psicologo, male non fa, anzi. Però in questo momento, pur avendo qualcosa di cui parlare, sento che non riuscirei ad impegnarmi come la prima volta.

Sono qua perché non ho amici, non ho mai fatto niente con una ragazza, non so cosa fare nella vita, non riesco a fare qualcosa nella vita“.

Mi tengo stretto il risultato di aver preso questa frase e di averla completamente ribaltata.


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